Federico Pellizzi

Levi lettore è avido, erratico e multiforme, ma anche metodico e indagatore. È un forte interprete di ciò che legge, e anche dei testi che appartengono alla sua cultura di base. Se occorre insistere sulla forza della scrittura di Levi, sulla sua qualità letteraria in tutte le sue manifestazioni, è anche necessario soffermarsi sulla forza di pensiero, sulla forza esegetica della sua attività di lettore, nel tentativo di riflettere sulla natura umana e di mettere in luce i “rapporti fondamentali dell’uomo con il mondo”. Fin dall’intertesto biblico e dantesco della sua prima opera Levi rovescia completamente il senso di quei testi, introducendo una dimensione di umanesimo radicale che rappresenta una sorta di penetrazione nella materia prima, nell’Urstoff delle nostre condizioni di esistenza. Si tratta di un’antropologia rovesciata perché Levi non parte da ciò che è riconosciuto positivamente come ‘umano’, ma dalla perdita e dall’assenza dell’umano, dalla sua negazione e dal suo occultamento. La lettura è quindi spesso per lui un viaggio a ritroso, verso la materia stessa, per definire, in un dialogo sempre non convenzionale, uno spazio possibile dell’umano, e per accertarne i limiti. In questa mappa, che attende ancora una ricognizione esauriente, occupano una posizione di rilievo La ricerca delle radici e altre raccolte ponderate e maggiori, e tutte le prove di lettura minuta e quotidiana come le recensioni giornalistiche e altri scritti occasionali, ma anche le traduzioni dei volumi di Mary Douglas e Lévi-­Strauss che si collocano in un momento di svolta fondamentale nella vita e nell’opera di Primo Levi.


Keywords: Primo Levi, antropologia rovesciata, Mary Douglas, Claude Lévi-Strauss