Giuliano Mori

Il linguaggio di Primo Levi è caratterizzato da semplicità e chiarezza. Questo saggio mostra come ciò sia motivato non semplicemente da una scelta stilistica, ma da una specifica ragione culturale. Levi ha sempre presente il problema della corrispondenza tra i nomi e le cose. Problema che rimanda alla tradizione biblica, nella quale si distingue tra il linguaggio originario, con cui Dio crea le cose assegnando un nome a ciascuna di esse, e quello post-­‐‑lapsario in cui un linguaggio divenuto convenzionale ha come estrema conseguenza la confusione linguistica di Babele. Levi rapporta questo problema all’esperienza della deportazione, in due sensi. In primo luogo, riscontrando una relazione tra lo svuotamento della personalità nei campi e l’impossibilità di dare un significato sostanziale alle parole. In secondo luogo, mostrando come il linguaggio burocratico del nazismo si servisse intenzionalmente di termini tecnici, spesso eufemistici, che impedivano la rappresentazione della realtà atroce cui si riferivano. Di qui il tentativo leviano di restaurare, attraverso tre forme di utopia linguistica, la connessione tra i nomi e le cose. Ma di qui anche la necessità, culturale e morale, prima che linguistica, di un linguaggio che nella sua semplicità allontani da sé ogni menzogna.


Keywords: Chiarezza linguistica, linguaggio adamico, corrispondenza tra parole e cose, lingua del lager, LTI