Dennis Smit

Questo contributo indaga il viaggio come ‘percorso identitario’ nell’opera di Miro Silvera (Siria, 1942). Mi concentro soprattutto su Il prigioniero di Aleppo (1996) e Il passeggero occidentale (2009), e accenno brevemente a L’ebreo narrante (1993). Secondo Haim Baharier, tale percorso è un continuo confronto con l’altro. L’opera di Silvera, fuggito in Italia nel 1947, è fortemente incentrata sul dinamico e continuo processo di (ri)costruire e mantener viva l’identità ebraica, in cui la condizione diasporica e la fuga sono elementi centrali. I protagonisti dei suddetti romanzi, giunti a un’età decisiva nella loro formazione identitaria, intraprendono un viaggio nei paesi arabi, dove loro o i loro antenati hanno vissuto o viaggiato. L’ebreo italiano Meir nel 1968 visita Aleppo, città proibita per ebrei, dov’è nato e dove incontra un vecchio zio raccontastorie, ma dove viene poi arrestato da un poliziotto violento. L’anonimo trentenne bostoniano protagonista dell’ultimo romanzo segue le tappe del padre, per poi seguire le tracce della madre. Entrambi riescono a trovare il loro lato spirituale, ‘femminile’ ed ebraico, ma solo dopo un dialogo con il mondo, che si svolge, oltre che attraverso le storie dello zio nel caso di Meir, soprattutto attraverso esperienze fortemente fisiche: dall’ovvio lato fisico del viaggio stesso, lo stupro, la pedofilia e il maltrattamento, al rapporto bestiale tra il bostoniano e un musulmano che si rivela fondamentalista. Le forti polarità tra carnalità e spiritualità, Oriente e Occidente, mascolinità e femminilità fungono inoltre da metafora per i rapporti tra ebrei, musulmani e, in misura minore, cattolici. Su questo punto, Il prigioniero sessantottista è certamente meno pessimista del Passeggero, che non a caso si svolge nel 2001.


Keywords: percorso identitario; viaggio; fisicità; ebraismo; Islam