Cristina Villa

Nel periodo pre e post‐Shoah il continente europeo è una terra dove le persone sono in costante movimento, lasciano la loro nazione distrutta, fuggono da Paesi dove sono perseguitate e cercano una vita migliore. In particolare, nel secondo dopoguerra, gli ebrei europei cambiano spesso paese, talvolta nome, e alcuni abbandonano la lingua madre. Lo scopo del mio intervento è di analizzare le ripercussioni dovute alla perdita della Heimat, i traumi legati alle persecuzioni e all’omicidio organizzato da parte dei propri concittadini e alla quasi ‘forzata’ migrazione, alla diaspora nel dopoguerra. Il secondo obiettivo è di esaminare il rapporto dell’esule con la lingua materna. Spesso si assiste a un totale rifiuto nei confronti della madrelingua in generale e del tedesco in particolare, perché viste come lingue del ‘nemico’, lingue della propaganda divenute barbare, rozze e violente. Il dibattito filosofico dal dopoguerra a oggi è intenso. La lingua (in particolare quella tedesca) è vittima o colpevole? È da rifiutare o recuperare? Farò riferimento ai testi di Adorno, Arendt, Celan, Améry e Derrida per poi sottolineare il contrasto e il diverso trattamento riservato all’italiano da parte di sopravvissuti quali Primo Levi. Sorprendentemente, l’italiano viene spesso considerato un mezzo più idoneo, anche da parte di scrittori non italiani, per narrare le persecuzioni e l’orrore della deportazione (Springer, Bruck), o per trattare di un passato scomodo (Schneider). Desidero analizzare le ragioni di questa scelta. Questo è anche dovuto al desiderio di cercare una nuova patria in un universo diasporico dove i sopravvissuti vagano alla ricerca di punti di riferimento che sono venuti a mancare. Patria, casa, lingua sembrano esser state parzialmente, se non totalmente, ritrovate da parte di un gruppo di scrittori migranti che scrivono della Shoah utilizzando la lingua italiana e che vivono in Italia quali ‘italiani tra italiani’.


Keywords: Shoah; lingua italiana; lingua tedesca; bravo italiano; patria