Maria Carmela d’Angelo

Gli scrittori ebrei ascritti al contesto geografico livornese del secolo appena trascorso testimoniano una presenza vivace e ricca di spunti segnata in particolare dall’originalità della variante linguistica usata, il bagitto. Tale parlata, costituita da una mescolanza di ebraico, spagnolo, portoghese, livornese, italiano e altro, si costruisce più che su una vera e propria sintassi, su un seguito di espressioni elaborate ad hoc, che ne costituiscono la caratteristica principale. La produzione letteraria di Rafaello Ascoli, Cesarino Rossi, Meir Migdali (Mario Della Torre) e in particolar modo quella di Guido Bedarida, se da un lato è contraddistinta dal parziale isolamento linguistico dovuto alla particolarità della lingua usata, dall’altro ci riporta ad un ambiente culturale caratterizzato dall’osservazione ironica della realtà circostante, elemento che trova le sue origini direttamente in ambito toscano‐livornese, oltre che dall’interazione con la cultura locale. Ci si chiede in che misura la particolare formazione della Nazione ebrea a Livorno e i contatti interlinguistici creatisi in seguito ad essa, possano essere considerati metafora e sineddoche di un processo di integrazione in sé complesso e non sempre del tutto attuato, ma pur sempre testimonianza di un reale sforzo da parte di ambedue le comunità, quella ebrea e quella cristiana, verso una convivenza non solo pacifica, ma anche costruttiva e solidale.


Keywords: Nazione, Livorno, bagitto, integrazione, Bedarida