Stefania Ricciardi

Costantinopoli, 1869: Abraham Salomon Camondo, banchiere dell’Impero Ottomano, consigliere del sultano Selim III e del principe, si trasferisce a Parigi assieme alla famiglia. Mai può immaginare che il nipote, il conte Moïse (1860‐1935), sarà l’ultimo rampollo della sua dinastia. I “Rothschild d’Oriente”, com’erano definiti i Camondo, massimi esponenti dell’aristocrazia parigina narrata da Proust e dell’alta finanza ebraica impostasi in Europa, saranno travolti da una serie di eventi infausti che culmineranno con il genocidio nazista. Oggi, la storia di questa facoltosa famiglia è tramandata dal Musée Nissim de Camondo, la residenza settecentesca parigina che il conte Moïse ha intitolato al giovane figlio caduto in guerra nel 1917. Ripercorsa nel romanzo di Filippo Tuena, protagonista assoluta nella biografia di Pierre Assouline, tale vicenda rappresenta un’autorevole testimonianza di memoria culturale della migrazione ebraica tra Oriente e Occidente, anche alla luce dei trascorsi italiani di questa famiglia. Approdata a Venezia in seguito all’espulsione dalla Spagna sancita dall’Inquisizione, sostenitrice finanziaria delle Guerre d’indipendenza – tanto da indurre Vittorio Emanuele II a conferire a Abraham Salomon il titolo di conte nel 1867 – il destino dei Camondo ricorda ad ampi tratti quello del popolo guidato da Giuseppe nel libro dell’Esodo. Ed è precisamente su tale intreccio di eventi che il nostro contributo si propone d’indagare.


Keywords: Camondo, sefarditi, diaspora, Istanbul, Parigi