Stefania Lucamante

Il presente intervento si propone di analizzare le motivazioni che conducono una figlia della Shoah, Helena Janeczek, alla critica di questa formula ancora evidente nel nome dell’Associazione ‘Figli della Shoah’. Assimilabile nella concettualizzazione a quella proposta negli anni settanta da Helen Epstein, per Janeczek tale nome costringe la propria generazione e la propria esperienza a subire dei forti condizionamenti per via di un’insufficienza semantica. A questa formulazione Janeczek ne contrappone un’altra: ‘Figli della memoria ebraica’. Da cosa nasce tale desiderio, cosa motiva questo non indifferente slittamento linguistico dal più piccolo al più grande elemento della nostra stessa origine? L’analisi dell’ebraismo, e più in generale di una mistificatrice limitazione, porta Janeczek a rivendicare un’altra tipologia identificativa che si riveli più utile alla convivenza con altre religioni e con altre culture. Una riformulazione dei concetti di identità quindi che tenga conto del passato oltre quello che Dan Diner definisce “lo strappo” nella consapevolezza e coscienza della cultura ebraica millenaria.


Keywords: Ebraismo, figli della Shoah, Epstein, Janeczek, identità