Stefania Ricciardi

“Credo che Auschwitz chiami in causa il futuro, ancor più del passato”. Eraldo Affinati sancisce così la necessità di rievocare una delle più grandi tragedie del Novecento quale monito per le nuove generazioni, perpetuando l’invito di Primo Levi ad intendere la storia dei campi di sterminio come un “sinistro segnale di pericolo”. Se è vero che non esistono ‘mostri’, ma che tutti siamo potenziali carnefici, è allora necessario disattivare quell’interruttore alimentato dai focolai di violenza presenti della nostra società, dove i germi dell’odio razziale e dell’antisemitismo continuano a proliferare nel contesto multietnico e globalizzato in cui viviamo. Come avviene allora in Affinati la consegna del testimone del ricordo? Quale percorso distingue uno scrittore testimone indiretto dai superstiti che hanno narrato la loro personale tragedia? Quali sono le strategie adottate da Affinati per evitare che la memoria si perda nell’assuefazione al dolore, fenomeno sempre più ordinario al giorno d’oggi? A questi interrogativi risponde il saggio che analizza Campo del sangue senza tralasciare Un teologo contro Hitler, opera che conferma l’ossessione dell’autore per il nazismo. Lo studio si snoda lungo una duplice pista: all’approccio letterario, volto a situare l’opera di Affinati all’intersezione tra fiction e non fiction, terreno particolarmente fecondo della narrativa contemporanea, seguirà una riflessione di natura filosofica e socio-antropologica che, attingendo da Jean Baudrillard, Hannah Arendt, Enzo Traverso e Annette Wieviorka tra gli altri, ci consentirà di rilevare l’impatto che l’evento concentrazionario sortisce nella società attuale e, soprattutto, le contromisure da adottare affinché, come paventa Baudrillard, la commemorazione non si opponga alla memoria.


Keywords: Affinati, Baudrillard, testimonianza, memoria analogica, testimone-reduce