Sophie Nezri-Dufour

Nel 1966, vent’anni dopo la pubblicazione della prima versione di Se questo è un uomo, Primo Levi e Alberto Marché trassero dal racconto leviano una versione teatrale. Il risultato fu molto originale, e assai diverso dal racconto originale. Levi e Marché sfruttarono difatti l’originalità tecnica e artistica inerente al teatro per tradurre in altro modo la realtà abnorme già descritta letterariamente. Usarono per questo tutte le possibilità espressive che solo il teatro poteva offrire: lo scenario, cioè la visualizzazione dei luoghi infernali, le pantomime dei deportati disumanizzati, il gioco delle luci, i dati auditivi e orali come i rumori del treno, la fanfara assurda, le urla, gli insulti, l’infernale confusione delle lingue, tutti elementi scenici capaci di servire al testo iniziale, forse di uscirne, ampliandone insieme la violenza e la forza universale. Un’universalità trasmessa anche attraverso la presenza di un coro destinato a rivolgersi allo spettatore che, mentre assiste alla tragedia che si svolge sotto i suoi occhi, riceve a intermittenza il messaggio leviano attraverso la recita dei brani più importanti del libro. Perciò, non è più il solo Levi a raccontarci ciò che l’uomo è stato capace di fare all’uomo, ma un’entità simbolica, una ‘micro-umanità’ che si rivolge ad un’ ‘altra‘ umanità (gli spettatori) trasformando così la Shoah in dramma universale. Raccontando la sua esperienza e il suo dolore incanalandoli tramite lo schermo teatrale, Levi era anche molto curioso di vedere, misurare e collaudare la reazione del pubblico, un pubblico che poteva solo immaginare per i suoi libri ma che, nel contesto teatrale, si manifestava finalmente in carne ed ossa.


Keywords: Messinscena dell’indicibile, visualizzazione dell’inaudito, scenario sonoro, dramma universale, linguaggio drammatico