Gaetana Marrone

Tra le numerose testimonianze dei campi di concentramento nazisti apparse nel dopoguerra, si staglia l’esperienza di Primo Levi, il quale alla concretezza sensazionale della cronaca del Lager privilegia un’assoluta umanità di tono, rivelando al contempo un’autentica vena di scrittore. È questo aspetto della documentazione di una drammatica vicenda personale, che ha ispirato Francesco Rosi, sin dai primi anni Sessanta, a fare un film sul grande memorialista dell’Olocausto. La scelta cade su La tregua. Secondo Rosi, che punta su ‘una carica di attualità’ per il suo film, il vagabondaggio di Levi ai margini della civiltà rappresenta “la vita come tregua tra una guerra e un’altra.” Uscito nel 1997, il film suscitò subito considerevole attenzione da parte della comunità ebraica internazionale e dei grandi organi di stampa, comunicando il senso dell’importanza di un dibattito culturale e ideologico. LA TREGUA è una meditazione cinematografica sulle sfide avanzate dalla dinamica tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. La logica scientifica di Levi è spesso obliterata da un’ombra di pessimismo, eppure Rosi gioca su un’allegoria del futuro, a cavallo fra la realtà storica e la realtà esistenziale, come solo un maestro del realismo poteva realizzare. Il regista ha compreso che la costante umana e intellettuale del risveglio che Levi presenta nel romanzo non poteva rientrare nel modello statico del passato (semplicemente mettere a fuoco l’orrore dell’annientamento). Rosi evoca un dolore indefinibile, e la speranza di una generazione per cui le verità dell’Olocausto rimangono tuttora misteriose: “Ho fatto il film”, dichiara, “per far conoscere e per non far dimenticare”.


Keywords: LA TREGUA, Levi, Diner, Rosi, coscienza storica