Stefania Ricciardi

Romanzo, saggio, diario, biografia: Le variazioni Reinach (Rizzoli, 2005) sfuggono alle classificazioni di genere per collocarsi all’incrocio tra fiction e non-fiction, territorio particolarmente fertile della narrativa contemporanea. Premio Bagutta, Vittorini e Comisso, questo mirabile affresco della prima metà del Novecento parigino percorre la storia di tre generazioni di banchieri ebrei appartenenti alle famiglie Reinach e Camondo, unite dal matrimonio dei rispettivi rampolli Léon, compositeur de musique, e Béatrice. Tuena ricostruisce i percorsi e le stigmate di una decadenza sociale e affettiva che culmina con l’incubo di Auschwitz. Egli conduce due indagini parallele, due vortici che risucchiano il lettore, due cerchi concentrici che si avvitano su di sé: nell’uno, il lento scivolare di questa famiglia dell’alta borghesia avvezza ai salotti proustiani, all’arte e ai passatempi nobili come l’equitazione, il gioco delle carte, fino alla deportazione; nell’altro, i movimenti interni alla stesura, gli interventi di Tuena stesso che parla di sé in terza persona presentandosi come ‘lo scrittore’. L’originalità dell’opera rispetto alla celebrata letteratura dell’Olocausto, la peculiarità che ci proponiamo di mettere in luce, risiede nell’approccio estetico alla Shoah. Il documento si fa racconto, il racconto sommessa e irrinunciabile testimonianza dell’inferno del lager impresso nella ‘musica del niente’, pallida evocazione della Sonata per violino e pianoforte composta da Léon Reinach e che solo la tenacia di Tuena è riuscita a riesumare dagli archivi di un’università americana per darci “la voce di un sommerso che torna a vibrare come un ultimo omaggio”.


Keywords: Filippo Tuena, Léon Reinach, Musée Camondo, Auschwitz, Shoah