Marilena Renda

L’identità ebraica può essere interrogata solo a partire dai complessi rapporti che essa intrattiene con lo spazio e il linguaggio. In linea con una lunga tradizione del negativo esemplificata dall’esistenza diasporica, ciò che più conta nel testo per un lettore/scrittore ebreo sono gli spazi vuoti piuttosto che gli spazi pieni, la parola assente piuttosto che quella presente. Come l’identità ebraica si definisce in relazione alla sua assenza, possiamo ipotizzare che lo stesso accada per lo spazio e per il linguaggio; anzi, potremmo affermare che il retaggio identitario è tanto più presente quanto più è, o sembra, assente, latente o negato dalla pratica di scrittura. Ne è prova l’opera di Giorgio Bassani e Primo Levi; benché in entrambi il racconto si svolga ‘in chiaro’, ad un livello generalmente esplicito e manifesto, esso occulta delle zone d’ombra e degli angoli di silenzio: zone a margine del discorso centrale in cui la parola arretra di fronte all’incandescenza del vissuto. Bassani e Levi, nel tematizzare esplicitamente la persecuzione, lo sterminio, la riscoperta dell’identità ebraica, mostrano come una parola giunta sull’orlo dell’abisso non possa che ritrarsi nel pudore o nel silenzio, facendo spazio al silenzio dell’indicibile. È forse in questo luogo interstiziale tra nascosto e manifesto, che nasce quella che è stata definita da Blanchot una ‘parola neutra’, una parola “in cui le cose, pur senza mostrarsi, non si nascondono”, “con un singolare modo di nascondere che è tanto più efficace in quanto non si fa notare”. Perché il vissuto ebraico, con il suo fardello di ombre, di attese, di angosce, di mancanze, di silenzi, non può non insediarsi, malgrado l’ebreo stesso, nel cuore della sua scrittura, della sua musica, della sua arte.


Keywords: Identità, spazio, linguaggio, assenza, margine