Stefano Magni

La lettura delle opere di Primo Levi stupisce per la lucidità dell’analisi del periodo più buio dell’umanità, la Seconda Guerra Mondiale e, soprattutto, del suo aspetto più tragico, l’esistenza dei campi di concentramento. In particolare, i romanzi Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati offrono l’esempio di una riflessione profonda e acuta sull’immensità della tragedia che Levi stesso ha vissuto in prima persona, e sull’assurdità di una sofferenza immane procurata da un sistema perverso. La critica ha osservato in molte occasioni la straordinaria capacità di Levi di raccontare in modo preciso e analitico la sua atroce esperienza e, giustamente, in molti hanno sottolineato lo sforzo di Levi per esprimere una realtà che doveva essere percepita come assurda e lontana dai suoi lettori. Il nostro intervento si inserisce nel vasto panorama della critica leviana, per osservare alcuni dettagli della scrittura dell’autore piemontese su cui fino ad ora quasi nulla si è detto. Levi, infatti, non solo ha dato vita con le sua parole all’immagine di un incubo, di un inferno inconcepibile da una società civile, ma ha anche vissuto, nella sua esperienza, insieme alle sensazioni di sconforto e di disperazione, quelle di speranza, di sollievo, di effimera felicità. È su questi ultimi aspetti che ci siamo soffermati con il nostro articolo, per cercare di capire quali potessero essere, nell’incubo del lager, gli elementi che potevano dare la forza per resistere, per trovare una ragione per mantenere dei rapporti umani disinteressati e generosi. Abbiamo così analizzato le parole che esprimono sollievo, momentaneo benessere, cercando anche di capire in che modo la scrittura immediata di Se questo è un uomo si differenzi dalla riflessione a posteriori de I sommersi e i salvati, giungendo alla conclusione che la nostra analisi concorda con le posizioni tradizionali degli studi leviani.


Keywords: Primo Levi, memoria, felicità, campi di concentramento, Nazismo