Paolo Vanelli

Nelle Cinque storie ferraresi sono rintracciabili alcuni personaggi che in qualche modo rappresentano la condizione dell’autore giovane a Ferrara, quando avvertiva un senso di esclusione e di non appartenenza nei riguardi della comunità cittadina e anche del suo stesso clan ebraico. Tali figure divengono eteronimi dell’autore e gli permettono di assumere una posizione distanziata e giudicante, senza comparire direttamente sulla scena. L’antagonismo tra il Bassani, giovane studente universitario, e la città, il suo senso di solitudine, la sua malinconia e la sua estraneità alla degenerazione morale e alla cecità del mondo cittadino si trasferiscono nelle anime dei suoi protagonisti, che egli guida dall’esterno e indirizza ad esprimere le zone della sua coscienza, che ancora non vogliono apparire allo scoperto. Il caso più emblematico è quello di Bruno Lattes, nella cui vicenda, scissa cronologicamente in due momenti – quello dell’esperienza diretta e quello posteriore della riflessione memoriale – l’autore raffigura i due tempi della sua vicenda esistenziale: il vissuto e la scrittura. Ma, concluse le Cinque storie ferraresi, l’autore abbandona gli eteronimi e la terza persona e con coraggio scende in prima persona, senza maschere né diaframmi, sul palcoscenico della sua città. Inizia così la trilogia dell’io (Gli occhiali d’oro, Il giardino dei Finzi-Contini e Dietro la porta), dove continua e si approfondisce la problematica storica ed esistenziale già individuata, filtrata però da una nuova voce narrante, quella dell’io dell’autore, narratore e protagonista.


Keywords: Solitudine, diversità, antagonismo, sguardo, rispecchiamento