Luca de Angelis

Nell’ambito della raffinata cultura del privato che definisce lo scrittore ebreo diasporico occidentale, esiste un movimento dello spirito più che intimo, che non si può dire che non esista solo perché non è comodamente evidente, solo perché ha a che fare con le profondità dell’anima. Questo moto interiore si chiama teshuvah ed è un’idea portante tra le più forti dell’Ebraismo, ravvisabile nel ritorno alla religione della sua infanzia di Zeno di cui si narra nel capitolo terzo de La coscienza di Zeno. L’area semantica di questo termine (dal verbo la-shuv, ‘tornare’) interessa essenzialmente tre ordini di significato: innanzitutto significa ‘ritorno’, un tornare a Dio o alle radici ebraiche del proprio essere, ma nello stesso tempo suggerisce l’idea del ‘voltarsi indietro’ e dell’inversione della ‘direzione’, la risoluzione per un altro orienamento pratico; in terzo luogo significa ‘risposta’. In altri termini, configura nel profondo una presa di coscienza del proprio sommerso giudaismo attraverso cui sì avvia un processo di rigiudaizzazione-riebreizzazione, preludio ad una sorta di riappropriazione dell’identità. Nel caso specifico, la condizione ebraica determina in modo rilevante la scrittura. Si devono, infatti, far risalire ad una sorta di teshuvah anche in letteratura, le palesi variazioni di poetica, le scelte stilistiche dell’ultimo Svevo. Si comprendono meglio le ragioni per cui l’ebraicità si mostri più accentuata e più presente nel tardo e più maturo Svevo, che più invecchia e più diventa scrittore ebreo. Evidentemente la teshuvah di Aron Schmitz, alias Italo Svevo, è possibile rinvenirla rispecchiata nella scrittura, che risente visibilmente di questo ritorno a se stesso come ebreo, dolce e celato come un amore illecito.


Keywords: Intimità, Teshuvah, marranismo, patriarca, ironia